La genialità espressa nell’arte (prof. Sergio Abram)

LA GENIALITÀ ESPRESSA NELL’ARTE

….. E NON SOLO

Conobbi Bepi Zanon nel mese di giugno del 1980. A presentarmelo fu Furio Bonelli, allora macellaio in Cavalese.

La prima volta in cui visitai l’abitazione di Furio, notai alcuni quadri, dello stesso stile di altri, già osservati presso un’esposizione di mobili in una fiera a Bolzano negli anni Settanta. Un mobiliere della Val di Fiemme, certo Deflorian, esponeva i propri mobili, corredandoli sempre con due quadri. Non erano mai gli stessi, ma appartenevano al medesimo pittore. Allora, più che i mobili, peraltro di ottima fattura, mi colpirono quei quadri, tanto che ebbero su di me un effetto ipnotico. Dopo averli osservati a lungo, chiesi al mobiliere di chi fossero. Mi fu risposto che appartenevano a un pittore, suo compaesano. Fu la prima informazione che ricevetti su quelle meravigliose creazioni.

In seguito, sempre negli anni Settanta, visitai due conoscenti, a casa dei quali notai alcuni quadri, dello stesso stile di quelli che avevo già visto in fiera, a Bolzano. Entrambe le persone mi dissero che li avevano acquistati direttamente a casa dell’autore, Bepi Zanon. Furono la prima e la seconda volta, che sentii quel nome: Bepi Zanon. Quindi me lo impressi nella mente e non lo scordai più. A dire il vero, i due conoscenti mi promisero che mi avrebbero accompagnato da lui, ma, si sa, ognuno è sempre preso da mille faccende e poi ……

E poi doveva essere proprio Furio Bonelli l’artefice del mio incontro con Bepi.

Cavalese, dove Furio abitava, dista circa quattro chilometri da Tesero, quindi in circa cinque minuti fummo lì, a casa di Bepi. Venimmo accolti con molto calore; anch’io, come se fossi sempre stato un vecchio amico di famiglia. Bepi era molto aperto, affabile, disponibile al dialogo come pochi. In quell’occasione conobbi anche la moglie Valeria e i quattro figli.

Mi resi conto immediatamente che quella era una famiglia molto unita. Volendo usare il motto dei tre moschettieri: erano tutti per uno e uno per tutti. Bepi mi ha presentato moglie e figli con semplicità ed entusiasmo. Ci teneva alla famiglia! Non le faceva mancare nulla dell’essenziale, anche enciclopedie e libri inerenti a diversi argomenti: cultura generale, musica, pittura, scienze naturali, astronomia, arte lignea, botanica, micologia, zoologia, eccetera. Non si curava del superfluo, era uno che mirava all’essenza. Tutta la famiglia possedeva una buona cultura generale e la conversazione fu molto interessante.

In casa era appesa una dozzina delle sue opere, ma ciò che mi colpì particolarmente fu un quadro di grandi dimensioni, appeso in soggiorno. Raffigurava un’intera famiglia in una baita di montagna, al tempo della fienagione estiva, in attesa della cena a base di polenta.

Tra i tanti, questo è uno dei temi che Bepi Zanon amava trattare nelle sue opere: le scene familiari, ma anche le scene agresti. Accanto agli uomini c’erano le donne e i bambini, però non mancavano mai gli animali: magari un gatto o un cane,  lo spazio per un animale era comunque sempre disponibile. Gli animali, domestici o selvatici, che Bepi ritrasse poi ancora in migliaia di opere, spesso immersi nella natura dei boschi o delle montagne, gli diedero la notorietà e la fama di pittore della natura.

In seguito, ogni volta che mi recai a casa sua, guardai quel grande quadro, appeso alla parete del soggiorno; era tra quelli che Bepi amava di più. Lui, che il rituale agostano della fienagione, per l’unico taglio dell’erba nei prai da mont, i prati di montagna, l’aveva vissuto tante volte. Quell’opera, sebbene gliel’avessero chiesta in migliaia, non l’ha mai ceduta: faceva parte della famiglia, dei ricordi, del suo passato, del suo vissuto. Quel quadro lui non ha mai pensato di venderlo, né alcun familiare, contattato da gente che desiderava acquistarlo, aveva interferito, affinché lui lo vendesse. Era il quadro di famiglia!

Rammento bene la seconda volta che mi recai a fargli visita. Arrivato a circa trecento metri da casa sua, non sapendo più verso quale direzione procedere, mi fermai a chiedere dove abitasse il pittore Bepi Zanon. No zae (non so), fu la risposta di un paio di persone del paese. Finalmente si avvicinò un signore anziano, a cui rinnovai la domanda. Ci pensò un istante e poi disse: “Ah,’l Bepi da Fia!”. Mi indicò la strada che mi stava davanti e m’invitò a percorrerla fino in fondo, tenendomi infine sulla destra, procedendo poi ancora verso l’alto. Fia è una località, situata nella parte alta del paese di Tesero. Lì, al confine con i prati e i boschi, abitava Bepi. Era l’ultima casa del paese, situata dove nessuno voleva costruirsi un’abitazione. Egli, da una siepe impenetrabile di rovi, fece sorgere la sua dimora, in seguito meta di migliaia di persone. Eppure, Bepi nel 1980, non era ancora conosciuto dalla maggior parte dei suoi compaesani. A quel tempo le sue opere già giravano il mondo, ma lui in Valle, e perfino a Tesero, era un illustre sconosciuto.

Continuai a frequentare casa Zanon e le mie visite mi permisero di approfondire meglio la conoscenza con tutti i componenti della grande famiglia.

Il compleanno di Bepi ricorreva il 14 marzo e, puntualmente, mi recavo a trovarlo. Se non potevo, gli telefonavo: era un’occasione per parlare di vari argomenti.

Quando, nel 1987, decisi di scrivere il mio primo libro sugli uccelli, che utilizzano i nidi artificiali e le mangiatoie, gli chiesi se fosse disposto a eseguire i disegni per le schede descrittive degli animali. Non aveva mai ricevuto commissioni per la realizzazione di disegni su carta, perché le sue opere erano tutte eseguite su pannelli di legno compensato, che trattava grossolanamente con un sottofondo di calce bianca, prima di iniziare l’esecuzione della scena da ritrarre. Comunque si prestò alla richiesta e realizzò i disegni su apposita carta in brevissimo tempo, utilizzando le tempere e i pastelli.

Uscito il primo libro, ancora nell’anno 1988 gli domandai di eseguire altri disegni, questa volta inerenti al gallo cedrone, per l’omonimo libro. Dopo circa una quindicina d’anni di minuziose osservazioni, di raccolta di dati e di immagini fotografiche, avendo già scritto i testi per l’opera, gli spiegai come avrei voluto fossero le illustrazioni. Bepi, talvolta, dopo avermi ascoltato, in pochi secondi abbozzava le immagini su carta da disegno e me le mostrava. Capiva immediatamente le mie richieste e, con mia grande meraviglia, schizzava a matita dei galli cedroni nelle classiche posizioni di canto, proprio come la mia pignoleria richiedeva. Ne aveva visti a centinaia di galli cedroni, quindi mi trovai sempre di fronte un interlocutore attento e preparato, che aveva fissato ogni scena vissuta nella sua incredibile mente fotografica. Poiché Bepi era una persona che riciclava tutto, non gettava via nulla, ma riutilizzava compensato e fogli sul retro, posseggo disegni e quadri con gli schizzi da un lato e la scena completa dall’altro. Il genio aveva espresso il suo talento nell’abbozzo e nel lavoro finito. Ho fatto incorniciare alcune di queste opere con il vetro sul lato anteriore e su quello posteriore per mostrare quanto affermo.

Eseguì centinaia di tavole: su aspetti biologici ed etologici del gallo cedrone, del fagiano di monte, della pernice bianca, del francolino di monte e poi ancora sulla lepre, sulla lepre bianca, sulla volpe e su tanti altri animali. Desideravo scrivere molti libri, in modo da rappresentare le mie osservazioni in natura su testi esaurienti, anche sotto il profilo illustrativo.

Parlare con Bepi era fantastico, perché lui conosceva molto bene gli animali, la loro morfologia, la loro biologia e le loro abitudini comportamentali. Ormai gli dicevo solamente cosa avrei voluto avere e lui mi diceva: “Ae capì …”  (Ho capito) Mi meravigliavo, mi commuovevo, mi rallegravo e mi entusiasmavo ogni volta che mi recavo da lui, perché aveva preparato decine di tavole in pochissimo tempo. Mi diceva che in quel periodo si divertiva a fare cose diverse da quelle eseguite abitualmente. Nel frattempo realizzava anche grandi opere su compensato: pastori con greggi di pecore o di capre, caprioli, cervi, camosci, cardellini, ciuffolotti, cince e poi ancora nature morte, che vibravano di vita, con funghi, frutti e fiori.

Un giorno mi venne un’idea. Desideravo allestire un calendario sulle tracce degli animali. Contattai Bepi, chiedendogli di realizzare a matita alcune tavole, illustranti determinati animali con le loro tracce. Non gli dissi che cosa ne avrei voluto fare. L’esecuzione fu sollecita. Preparò illustrazioni per realizzare due e più calendari. Ero particolarmente soddisfatto, quindi scrissi i testi, contattai un editore, Simone Gabrielli, che aveva coraggiosamente fondato la Sistedizioni, e così il calendario “Tracce” venne concretizzato.

Rammento ciò che mi disse Bepi, quando gli portai la prima copia dell’opera: “Ze te me l’aveszes dito che l’era per en calandar, i averìa fati meio sti disegni (ostia!)”. Mirava a eseguire cose egregie, quindi riteneva che quei disegni non fossero il massimo per una pubblicazione. Il calendario, frutto della collaborazione tra un artista-naturalista del pennello e di un filosofo-naturalista, fu un successo. Il genio del disegnatore aveva contribuito notevolmente alla riuscita dell’originale calendario.

Nel mese di marzo del 1989 pubblicai il volume “Gallo cedrone” e le illustrazioni di Bepi Zanon furono determinanti per il successo dell’opera.

Le ovazioni per Bepi, il pittore della natura, aumentarono giorno dopo giorno. Casa sua fu meta continua di persone che desideravano ammirare e acquistare le sue opere. Non sempre i quadri ebbero come destinatari gli stessi acquirenti. Talvolta, anzi spesso, furono donati e finirono non solo in Italia, ma anche all’estero. Alcune opere presero la via degli Stati Uniti, altre del Canada, altre ancora dell’Australia e di molte nazioni europee, tra cui, a parte l’ Italia, l’ Austria, il Belgio, lo stato del Vaticano, la Croazia, la Finlandia, la Francia, la Germania, l’ Olanda, la Repubblica di San Marino, la Svizzera, la Svezia …

Bepi, nell’estate del 1989, soprattutto con l’aiuto del figlio Ernesto, allestì una grande mostra delle sue opere a Tesero, presso l’edificio che ospita la pubblica scuola elementare.

Fu la prima mostra organizzata personalmente dall’autore, ebbe migliaia di visitatori e fu un successo, indimenticabile.

Un’affermazione ancora maggiore ebbe la successiva esposizione delle opere di Bepi Zanon, che lo stesso artista, sempre coadiuvato dal figlio e da altri familiari, organizzò, sempre a Tesero, nell’estate del 1996, presso gli ampi locali, messigli a disposizione dalla scuola alberghiera.

Il top del successo, però, lo raggiunse due anni più tardi, nel 1999, sempre nel medesimo luogo. Si poterono ammirare 102 opere, per la cui realizzazione occorsero centinaia di milioni di geniali pennellate.

In quest’occasione oltre ventimila persone visitarono la mostra; un vero record per un artista autodidatta, completamente slegato da supporti politici, istituzionali, finanziari o produttivi.

Nelle tre manifestazioni furono esposte opere pittoriche aventi soggetti e dimensioni diversi. Alcuni quadri misuravano più di quattro metri in lunghezza. Questi, con soggetti che tendevano ad avvicinarsi alle dimensioni reali, erano gli spazi che davano a Bepi la possibilità di esprimere il proprio genio creativo.

Nella prima parte degli anni Novanta la rivista naturalistica “Airone” gli dedicò ben otto pagine; altrettante ne riservò precedentemente solo a Robert Bateman, che vive in Canada, ritenuto il più grande artista naturalistico vivente.

Ricordo ancora quando a Tesero arrivarono il capo redattore della rivista, Cesare Della Pietà, e un fotografo, Vittorio Giannella. Si fermarono tre giorni e non sarebbero più ripartiti, tanto questo pittore li affascinò. Apprezzarono le opere, ma anche il personaggio, il genio. Ricordo il momento in cui Vittorio Giannella, il fotografo, entrò nello studio di Bepi. Dopo essersi guardato attorno per un po’, si rivolse a me dicendomi: “Ma questo non è affatto inferiore al grande Bob Bateman“. Furono colti dall’entusiasmo e scattarono centinaia e centinaia di fotografie.

Nel frattempo mi trasferii dall’Alto Adige in Trentino, in Val di Non, quindi, causa la maggiore distanza, i nostri incontri diventarono più radi, anche se, di tanto in tanto, mi annunciavo con una telefonata. Bepi continuò a realizzare opere inerenti a tematiche diverse e riscosse ulteriori successi. Come sempre si alzava molto presto, talvolta alle tre del mattino, e, indossato il suo inseparabile cappello, si recava nello studio per continuare le opere, che aveva schizzato nei giorni precedenti. Spesso ne abbozzava più d’una, anche una mezza dozzina, e poi, secondo l’estro del momento, ne continuava la realizzazione. Era velocissimo, sia nell’abbozzo, sia nell’esecuzione. Ogni tavola, a esecuzione avvenuta, era composta da decine di migliaia di pennellate, tutte assestate con mirabile precisione.

Col passare del tempo aveva affinato la tecnica della luce, che ogni opera, per la particolare esecuzione con le tinte appropriate, sprigiona e diffonde.

Negli ultimi anni della sua attività, tanta era la voglia di creare, che avrebbe voluto abbozzare in continuazione. Avrebbe desiderato schizzare, schizzare …….. solamente schizzare. Mi disse che ci sarebbe voluto qualcuno che poi finisse le tavole.

Con l’avanzare dell’età i suoi occhi non vedevano più bene come un tempo e aveva difficoltà nel delineare i particolari. Fu operato anche per l’eliminazione di una cataratta. Infatti, vide meglio, ma non come in passato. Già verso la fine degli anni Ottanta mi disse, più volte, che avrebbe voluto vivere fino a ottant’anni. Gli sarebbe bastato arrivare a quella meta. Ogni volta inseriva quell’informazione, quel programma, nel suo computer, nel suo cervello. In ognuna di queste circostanze stava dicendo alle sue cellule che quello doveva essere il traguardo: gli ottant’anni. E le cellule del suo corpo si trasmettevano l’un l’altra immediatamente questo messaggio. Questa percezione veniva assunta da tutto il corpo, che obbedì all’ordine. Infatti, lo spirito dell’artista abbandonò il corpo esattamente all’età di ottant’anni.

Grazie, Bepi, per il grande messaggio.

Sergio Abram