La vita (prof. Paolo Deflorian)

La Vita

Giuseppe Zanon, che era conosciuto come Bepi da Fia dalla località al margine nord-orientale del paese dove trascorse la maggior parte della vita, nacque a Tesero il 14 marzo 1926.

Era il secondogenito di una famiglia di modeste condizioni, che negli anni seguenti crebbe fino a contare sei figli.

Già da bambino dimostrò di possedere un grande spirito di osservazione ed un interesse innato per l’ambiente naturale che lo circondava. E trascorreva le sue giornate nei prati, nei boschi, lungo i rivi e dentro gli stagni del fondovalle, pronto ad individuare, osservare ed anche a catturare, quando gli riusciva, qualsiasi creatura che si muovesse, in acqua, in aria e sul terreno. Se ne stava a lungo davanti ad un muro a secco, ad aspettare la lucertola o il ramarro o la serpe che presto o tardi – lo sapeva bene – avrebbe fatto capolino tra i sassi. E quando tornava a casa, non di rado estraeva dalla tasca, magari durante il pasto, una cavalletta, una rana o un orbettino per mostrarlo ai genitori ed ai fratelli, i quali non sempre apprezzavano il suo gesto.

Molto del mondo che lo circondava lo scoprì da solo attraverso le sue infaticabili ricerche sul campo e molto imparò alla scuola del padre Ernesto, il quale, cacciatore e pescatore per vocazione, trasmise ai figli i segreti dell’arte e con essi una grande passione per queste pratiche ed una straordinaria capacità di vedere e di interpretare ogni manifestazione che riguardasse la fauna locale.

Quando venne il tempo della scuola, Bepi Zanon, che era dotato di intelligenza pronta e di ottima memoria, non incontrò difficoltà nell’ap­prendimento. Soffrì invece la noia delle lunghe ore di permanenza al chiuso, che egli combatteva evadendo dall’aula con la mente per inseguire le sue visioni fatte di cielo, di piante e di animali; e, mancino com’era, affrontò con fastidio l’obbligo di scrivere con la destra, raggiungendo rapidamente, in compenso, un sicuro controllo di entrambe le mani e diventando un ottimo calligrafo.

Evidenziò presto grande interesse per la pittura ed a questo proposito da adulto ricordava d’aver seguito con curiosità, a soli otto anni, la decorazione della chiesa parrocchiale da poco ampliata e l’esecuzione del grande trittico centrale ad opera del veneziano Duilio Corompai.

Negli ultimi anni delle elementari la straordinaria bravura di Bepi Zanon nel disegno e nell’uso del colore non passò inosservata e fu valorizzata in particolare dai maestri Tullio e Serafino Trettel. Quest’ultimo segnalò la cosa al direttore didattico Agostino Molinari ed insieme cercarono di trovare per il ragazzo, al termine della scuola dell’obbligo, un percorso formativo ad indirizzo artistico che gli consentisse di mettere a frutto il suo talento.

Purtroppo la scomparsa del padre, morto di malattia a 52 anni, quando Bepi Zanon ne aveva tredici, impedì la realizzazione del progetto e da allora egli dovette adattarsi ai lavori più disparati per concorrere al fabbisogno della famiglia.

Fu anche a Bolzano, dove svolse il mestiere di magazziniere in un negozio e dove, approfittando della disponibilità dei padroni, frequentò per brevi periodi corsi serali di cultura generale.

Gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale li passò alla macchia per evitare l’arruolamento durante l’occupazione nazista e un paio d’anni dopo dovette prestare servizio militare nell’esercito italiano. Di quest’ultima esperienza ricordava più tardi due episodi che gli erano rimasti impressi: il divertente lavoro di decorazione di alcune sale della caserma di Montorio Veronese, eseguito nello stile del passato regime, e una trasferta a Roma, dove nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna vide direttamente per la prima volta la grande tela di Giovanni Segantini nota con il titolo “Alla stanga”.

Tornato in paese, cominciò a dipingere su commissione quadri di piccole dimensioni aventi il più delle volte per soggetto nature morte legate alla caccia e fece per diversi anni il decoratore di oggetti ornamentali in legno per conto di terzi, usando la tecnica della pirografia. L’attività di pittore, infatti, se da un lato rispondeva alla sua vera vocazione, dall’altro non gli bastava da sola per vivere e non gli dava sufficienti garanzie per il futuro.

Fu questa una tappa forse poco produttiva sotto l’aspetto artistico, ma non priva di significative esperienze di vita. Bepi Zanon alleviava infatti il peso del monotono lavoro di decoratore con lunghe camminate nel bosco, con la caccia, con le visite al laboratorio del fratello imbalsamatore, con l’osservazione notturna del cielo, con la consultazione di libri d’arte, con letture di argomento naturalistico e storico, con conversazioni, spesso animate, un po’ con tutti, con interminabili partite a scacchi insieme a Giuseppe Anders, il poliedrico artista che stava a Cavalese, ma era abituale frequentatore dell’allora bar Roma sullo stradone.

Indipendente ed anticonformista, Bepi Zanon non partecipava volentieri alla vita associativa del paese, ma, quando la compagnia filodrammatica locale gli chiedeva di eseguire lo scenario per uno spettacolo teatrale, non si tirava indietro, anzi vi metteva  tutta la sua inventiva e tutta la sua abilità, con risultati sempre di rilievo. E si divertiva assai, facendo il truccatore, nell’evidenziare i tratti caricaturali degli attori che gli capitavano sotto mano, senza tenere troppo in considerazione il ruolo che essi avrebbero poi sostenuto sulla scena.

Infatti la tendenza a cogliere il lato ameno delle cose e a non dare eccessiva importanza all’operato proprio ed altrui, costituiva un elemento non trascurabile della sua personalità.

Egli era anche un attento osservatore delle persone che incontrava e di talune fissava con precisione nella memoria non solo la fisionomia, la mimica facciale e gestuale, il modo di vestire e di muoversi, ma anche gli aspetti caratteriali che trasparivano dalla parlata e dal comportamento. Gli succedeva poi spesso di ispirarsi nei suoi studi a queste figure di cui conservava vivo il ricordo.

Nel gennaio del 1957 Bepi Zanon si sposò con Valeria Deflorian, di Tesero, dalla quale nell’arco di pochi anni ebbe quattro figli: Paola, le gemelline Miriam e Renata ed Ernesto.

La nuova situazione in cui venne a trovarsi lo arricchì, e non poco, sul piano esistenziale, ma non provocò cambiamenti sostanziali nel suo stile di vita e di lavoro.

Pur continuando nell’attività di decoratore, sempre più spesso si dedicava alla pittura di quadri di maggiori dimensioni rispetto al passato, eseguiti come sempre a tempera su pannelli di legno compensato, ma a pennellate più fitte e sottili che animavano soggetti naturalistici di maggior respiro pieni di luce e di colore. I dipinti erano assai apprezzati e il numero dei committenti, grazie anche alle migliorate condizioni economiche generali, cresceva.

Partecipò a varie mostre collettive in ambito locale e regionale e tra il 1965 e il 1967 collaborò con la rivista “Diana”, sulla quale furono riprodotti diversi suoi quadri e numerosi disegni.

In questo periodo Bepi Zanon conobbe Candido Degiampietro di Cavalese, maestro di scuola e autore di pregevoli studi sulla Magnifica Comunità Generale di Fiemme e sulla storia e le tradizioni locali. Oltre che grande ammiratore delle sue opere il maestro Candido era un cacciatore. Questa comune passione, unita ad altri comuni interessi ed alla reciproca simpatia, che derivava, tra l’altro, dal modo arguto e finemente ironico di comunicare, proprio di entrambi, fece sì che i due diventassero in breve grandi amici e lo rimanessero per tutta la vita. E fu proprio il maestro Candido Degiampietro che verso la fine degli anni Sessanta indusse l’amico Bepi ad abbandonare il lavoro di decoratore e a dedicarsi completamente all’attività di pittore.

Ebbe così inizio la fase più felice e più feconda della vita dell’artista.

Dipingere gli diventava di anno in anno più agevole e più piacevole, sebbene i lavori che gli venivano ordinati fossero impegnativi per l’ampiezza delle superfici da organizzare, per le difficoltà che egli incontrava sovente nel tentativo di conciliare le preferenze espresse dal committente con le proprie e con le regole della pittura ed anche per la costante spinta interiore all’affinamento della tecnica.

Come si è già detto, preferiva i quadri di soggetto naturalistico, ed in particolare quelli che si ispiravano all’ambiente ed alla fauna locale di cui aveva vasta e sicura conoscenza diretta, ma gli piacevano anche le nature morte. In qualche occasione affrontò scene di interni con figure umane e per puro divertimento personale o a scopo di studio mise mano anche ad opere di fantasia, ma sempre di immediata lettura e con precisi richiami al concreto dell’esperienza quotidiana di chi vive a stretto contatto con la natura.

Nel 1971, cedendo alle insistenze di alcuni amici, allestì la prima mostra personale a Lumezzane in provincia di Brescia. Ad essa fece seguito alla fine dello stesso anno un’altra personale a Ronzone, nell’alta Val di Non, che si ripeté con successo a breve distanza di tempo.

Pochi anni dopo Bepi Zanon poté coronare uno dei sogni della sua vita: una piccola casa di sua proprietà a Fia, sul fianco del Montebello, con un boschetto ed i prati alle spalle, di fianco l’orto e di fronte un panorama amplissimo che abbracciava senza ostacoli tutto il paese, la valle dell’Avisio ben oltre Cavalese, la catena del Lagorai e sullo sfondo le Dolomiti di Brenta. Dal giorno in cui poté mettere piede nella nuova casa non si stancò mai di dirsi fortunato e la curò con amore, impreziosendola nel tempo con una ricca collezione di quadri studiati apposta per renderla più calda ed accogliente.

E altri furono i sogni che poté realizzare in quegli anni. Tra questi la visita di mostre e pinacoteche che gli permisero di ammirare e di studiare direttamente i capolavori dei pittori preferiti e la possibilità di dipingere con grande libertà, seguendo la propria ispirazione, dal momento che non doveva più assecondare di necessità i gusti e le preferenze degli acquirenti.

Tra gli amici con i quali trascorreva lunghe ore discutendo di svariati argomenti e inevitabilmente di pittura c’erano due validi artisti fiemmesi: Agnese Ximenes, originaria di Roma, e Giovanni Battista Daprà, detto Tisti, di Molina.

Bepi Zanon ebbe anche la fortuna di conoscere e di frequentare il grande pittore di Villa Lagarina Attilio Lasta, ora scomparso, che egli apprezzava moltissimo per la sua umanità e per la qualità delle sue opere.

Altro incontro significativo e fecondo fu quello con il naturalista Sergio Abram, da cui prese avvio un’intensa collaborazione nel campo della divulgazione scientifica.

Bepi Zanon, come s’è detto, era un grande conoscitore della fauna locale e per quanto riguardava gli uccelli era uno specialista.

Ecco dunque che Sergio Abram, a sua volta ornitologo affermato, chiese ed ottenne da lui l’esecuzione di una nutrita serie di disegni a pastello aventi per soggetto uccelli di numerose specie, dallo scricciolo all’urogallo, per l’illustrazione di due volumi che furono molto apprezzati ed ebbero ampia diffusione: “Uccelli: nidi artificiali e mangiatoie” il primo, scritto insieme a Carlo Frapporti, e “Gallo cedrone” il secondo. Per la fedeltà e per l’efficacia descrittiva questi piccoli ritratti richiamarono l’attenzione degli esperti del settore e procurarono all’autore un posto di rilievo tra i pittori naturalisti. A questi lavori fecero seguito altri disegni per articoli e inserti di giornale e per pubblicazioni a carattere didattico.

Inoltre, ancora per interessamento di Sergio Abram, fu affidata a Bepi Zanon la realizzazione di alcuni diorami per il Museo Tridentino di Scienze Naturali, raffiguranti i più rappresentativi animali selvatici della regione nel loro ambiente.

Nel 1989, dopo una lunghissima attesa, l’artista realizzò la sua prima personale a Tesero, e fu un successo. Ricca di una cinquantina di quadri accuratamente scelti ed attentamente distribuiti nelle sale della Scuola Elementare, fu visitata da un grandissimo numero di persone, venute anche da lontano per ammirare le sue opere, ed ebbe notevole risonanza e vasti consensi.

Negli anni seguenti Bepi Zanon continuò nel lavoro, portando avanti la sua ricerca sulla luce che, pur essendo già un elemento di pregio dei suoi quadri, doveva risultare, a suo giudizio, ancora più diffusa, ancora più vera. E si dedicò con maggiore convinzione al ritratto, al quale prima di allora si era accostato soltanto occasionalmente a scopo di studio o per puro divertimento personale.

Ma intanto con l’avanzare dell’età – si stava avvicinando ai settant’anni – la vista gli si annebbiava a poco a poco creandogli notevoli problemi, al punto che, dopo vari rinvii, decise di farsi operare agli occhi. La visione tornò limpida e chiara e gli parve di ringiovanire, tanto che riprese a dipingere con fervore.

Di questo singolare pittore che se ne stava appartato in un piccolo paese del Trentino, ma faceva parlare di sé con ammirazione ovunque giungessero le sue opere, si interessarono vari periodici ad orientamento naturalistico, tra i quali la rivista “Airone montagna” che nel numero di novembre del 1995 gli dedicò un ampio e ricco servizio dal titolo “Un pittore in Val di Fiemme. La tavolozza della Natura” con testo di Cesare Della Pietà e foto di Vittorio Giannella.

Due mesi più tardi uscì un volumetto di Ferruccio Bravi e Tarcisio Gilmozzi dal titolo “Parole d’oro di Tesero, Fiemme e «föravìa»” con numerose illustrazioni tratte dalle tempere di Bepi Zanon e accompagnate in parte da felici osservazioni di Bravi sull’autore, sui contenuti e sullo stile.

Nel 1996 con l’aiuto dei figli il pittore allestì un’altra importante e fortunata mostra personale a Tesero, questa volta presso la Scuola Alberghiera, ed un’altra ancora nella stessa sede nel 1999.

Due anni dopo fu invitato ad esporre i suoi quadri a Coredo in Val di Non in occasione dell’inaugurazione del nuovo municipio e a breve distanza di tempo tornò in Val di Non per una personale a Cles.

Dopo di allora a causa dei problemi di vista che tornavano a infastidirlo e di altri malanni fisici Bepi Zanon ridusse via via l’attività di pittore, finché nel 2004 l’abbandonò del tutto.

Ma non si chiuse nell’isolamento e continuò a sfogliare con curiosità, spesso attraverso gli occhi ed i racconti dei figli, il grande libro della natura da cui aveva attinto a piene mani fin dall’infanzia. Quando era stagione ed il tempo lo permetteva si recava nel campo poco distante, che aveva acquistato qualche anno prima e che aveva trasformato in orto e frutteto. Qui trascorreva gran parte della sua giornata prendendosi cura delle coltivazioni, di cui andava fiero, e soprattutto se ne stava lì ad osservare con l’attenzione e lo stupore di sempre il miracolo della vita che si rinnovava ed a gustare ancora una volta la perfezione di una foglia, il colore di un fiore, la fragranza di un frutto, il calore del sole, le voci della campagna. Al ritorno poteva godere di altre gradevoli manifestazioni del mondo che lo circondava e dava senso e valore alla sua esistenza: la presenza della moglie Valeria, cara e fidata compagna di viaggio da tanti anni; quella dei figli, che nutrivano per lui rispetto e grande devozione e pur avendo messo su casa a loro volta, gli erano sempre vicini con i loro familiari; quella dei nipoti, che ricambiavano con altrettanto affetto il suo amore profondo per loro; e ancora quella dei suoi cani e dei suoi gatti, con i quali dialogava in continuazione con il codice segreto di chi conosce bene gli animali.

In questo ambiente tranquillo e rassicurante, che riusciva ad alleviare i suoi mali, mosse serenamente gli ultimi passi verso il traguardo finale.

Morì nella sua casa la mattina del 6 ottobre 2006 all’età di ottant’an­ni.

 

Ripensando con mente sgombra da pregiudizi alla figura di Bepi Zanon e soprattutto alla qualità ed alla consistenza della sua produzione pittorica, possiamo ben dire di trovarci di fronte ad un grande artista. E la misura del suo talento e del suo merito appare ancora maggiore quando si osserva che fu pittore autodidatta e dovette aprirsi la strada da solo in condizioni poco favorevoli, riuscendo tuttavia a raggiungere livelli di tutto rilievo.

Se poi si vuole tentare di comprendere i motivi delle sue scelte di uomo e di artista, non si deve dimenticare che la sua vita fu dominata da due interessi assolutamente prevalenti e strettamente collegati fra loro: la natura e la pittura.

Già da bambino, come s’è detto, Bepi Zanon era fortemente attratto dall’inesauribile libro della natura e per tutta la vita non si stancò mai di leggerlo con gusto, scoprendovi ogni volta cose nuove, belle, interessanti che appagavano l’occhio, nutrivano ed aprivano la mente, rispondevano alle sue curiosità e alimentavano nuove domande. La natura divenne dunque per lui una fonte generosa di felicità e come accade solitamente all’uomo, sentì il desiderio e quasi il bisogno di fissarle per poterle ritrovare in seguito e perché altri potessero provare le sensazioni e i sentimenti che lui aveva provato e scoprire a loro volta quello che lui aveva scoperto.

Ma per fare tutto questo occorreva disporre di un linguaggio adatto e quello che trovò più congeniale fu la pittura, verso la quale aveva una chiara predisposizione naturale.

In mancanza di una scuola, si lasciò guidare dall’intuito e facendo tesoro degli insegnamenti che gli derivavano dall’osservazione paziente dell’ambiente che lo circondava, passo dopo passo raggiunse un’ottima padronanza strumentale e tecnica nella pittura a tempera, che considerava maggiormente adatta alle proprie esigenze ed al proprio gusto, e giunse ad esprimersi in uno stile inconfondibile e di straordinaria efficacia.

Nella sua formazione ebbe un posto importante anche lo studio dei maestri del passato, di cui analizzava le opere con l’occhio critico del conoscitore. I preferiti, per evidenti affinità elettive, come si può facilmente capire osservando i suoi quadri, erano i pittori italiani dell’Ot­tocento che ruotavano attorno al movimento dei Macchiaioli, tra cui Giovanni Fattori e Telemaco Signorini, ma poi anche, e in misura non inferiore, Filippo Palizzi, i veristi lombardi, come Girolamo Induno e Mosè Bianchi, e ancora Giovanni Segantini, Pelizza da Volpedo e, tra gli stranieri, il francese Millet.

Per dipingere aveva bisogno di tranquillità e concentrazione. Per questo si alzava quotidianamente molto prima dell’alba e si ritirava nel suo studio, dove attraverso un lavoro paziente e minuzioso dava forma e vita alle sue visioni.

Quando poneva mano ad un nuovo quadro, l’idea iniziale, attraverso un lungo processo di elaborazione si era già tradotta in un modello ben definito che il pittore aveva chiaro nella mente. Sul pannello di legno compensato compariva l’abbozzo, tracciato con sicurezza secondo regole fisse e inderogabili, dettate da precise esigenze tecniche ed estetiche. Seguivano poi le prime chiazze di colore, e il quadro prendeva forma e via via si animava, si illuminava, si definiva. Pennellata dopo pennellata, si arricchiva di mille particolari, armonizzati fra loro per dare corpo all’insieme. Il soggetto assumeva rilievo e si mostrava in tutta la sua bellezza, quella naturale, tante volte osservata ed ammirata, fatta di forme, colori, movenze, atteggiamenti fedelmente ricostruiti e sapientemente elaborati. Sia che si trattasse di quadri d’esterno che di quadri d’interno, l’ambiente, nato con il soggetto, finiva per avvolgerlo ed ecco che alla fine l’occhio, favorito e quasi guidato da una luminosità diffusa che smorzava i contrasti e raggiungeva gli angoli più reconditi, poteva abbracciare l’intera scena e godere della sua visione globale senza incontrare elementi di disturbo e poi vagare alla ricerca dei particolari, tutti da gustare, tanto erano veri.

Questo processo si ripeté centinaia e centinaia di volte nel corso degli anni ed ogni volta produsse un’opera diversa e preziosa che parlava agli occhi ed al cuore con un linguaggio raffinato, ma accessibile a tutti, gradevole al profano e ricco d’interesse per l’intenditore.

Ora i dipinti di Bepi Zanon, ovunque si trovino, parlano ancora e parleranno a lungo di natura e di un eccellente pittore teserano che di essa è diventato il cantore.”

Paolo Deflorian